


Angelo Antonuccio “Tuffi”
Angelo Antonuccio “Tuffi”
Angelo Antonuccio “Tuffi”
Questo progetto è un’indagine visiva sul tempo che scorre, raccontata attraverso la parabola di un singolo luogo in Calabria. È un racconto documentario e lirico, diviso nettamente tra un "Prima" e un "Dopo", dove la verità dei volti e dei gesti quotidiani si intreccia con il destino di un’architettura effimera. Dieci anni separano queste immagini (2015-2025), un decennio che ha trasformato non solo un pontile, ma una generazione.
Il centro narrativo è un pontile, allungato verso il mare Tirreno. Nella sua prima vita, questo pontile non è una semplice struttura: è un palcoscenico, un’arena, il cuore pulsante dell’estate di un borgo calabrese. La sua esistenza è giustificata dai giovani, dai loro rituali, dalla loro fame di vita.
Le immagini del “Prima” catturano l’esplosione di energia pura. Il pontile è vivo, intero, solido sotto i piedi nudi di ragazzi che sono l’incarnazione dello slancio vitale. La verità documentata di questi giovani calabresi emerge nella loro fisicità non posata, nelle loro risate incise dal sale, nelle peripezie che sono un inno all’invincibilità dei vent’anni.
Al centro della ricerca visiva c’è il tuffo. Non è solo uno sport, ma un simbolo potente: è il distacco da terra, il momento di volo, la sfida alla gravità e all’ignoto. In ogni scatto, c’è un corpo sospeso tra il cemento, il ferro e l’acqua turchese. Queste immagini sono dense di movimento, di suono, del rumore dei tuffi che si infrangono e delle urla di gioia che si rincorrono. È un’età d’oro che sembra non debba finire mai. Dieci anni dopo, lo sguardo fotografico ritorna sullo stesso scenario, ma trova un silenzio assordante. Il pontile è l’ombra di se stesso. È una struttura in disuso, un labirinto di blocchi di cemento e ferrame arrugginito. Le immagini del "Dopo" sono silenziose, contemplative, statiche.
L’essere umano c’è ancora, ma il suo rapporto con il luogo è radicalmente cambiato. Non ci sono più le folle rumorose e le peripezie competitive. Ora, solo pochi tuffatori, silenziosi e malinconici, si avventurano tra le macerie. Si arrampicano con cautela, quasi con fatica, non per sfidare gli amici, ma per rivendicare un frammento di memoria. I loro "giochi" sono solitari, brevi, semplici tuffi che non cercano più l’altezza, ma solo il contatto con un mare che è l’unica costante rimasta immutata.
Questo progetto vuole essere solo un omaggio alla transitorietà della giovinezza e della materia. Attraverso la tecnica fotografica, che cattura la verità del gesto senza artifici, l’obiettivo è far emergere la profonda connessione tra l’individuo e il suo contesto ambientale. Il salto dal pontile, che nel "Prima" è un atto collettivo di celebrazione, nel “Dopo" diventa una preghiera solitaria per un passato che non tornerà, un ultimo eco di vitalità tra le macerie del tempo.



Angelo Antonuccio “Tuffi”
Angelo Antonuccio “Tuffi”
Angelo Antonuccio “Tuffi”
Questo progetto è un’indagine visiva sul tempo che scorre, raccontata attraverso la parabola di un singolo luogo in Calabria. È un racconto documentario e lirico, diviso nettamente tra un "Prima" e un "Dopo", dove la verità dei volti e dei gesti quotidiani si intreccia con il destino di un’architettura effimera. Dieci anni separano queste immagini (2015-2025), un decennio che ha trasformato non solo un pontile, ma una generazione.
Il centro narrativo è un pontile, allungato verso il mare Tirreno. Nella sua prima vita, questo pontile non è una semplice struttura: è un palcoscenico, un’arena, il cuore pulsante dell’estate di un borgo calabrese. La sua esistenza è giustificata dai giovani, dai loro rituali, dalla loro fame di vita.
Le immagini del “Prima” catturano l’esplosione di energia pura. Il pontile è vivo, intero, solido sotto i piedi nudi di ragazzi che sono l’incarnazione dello slancio vitale. La verità documentata di questi giovani calabresi emerge nella loro fisicità non posata, nelle loro risate incise dal sale, nelle peripezie che sono un inno all’invincibilità dei vent’anni.
Al centro della ricerca visiva c’è il tuffo. Non è solo uno sport, ma un simbolo potente: è il distacco da terra, il momento di volo, la sfida alla gravità e all’ignoto. In ogni scatto, c’è un corpo sospeso tra il cemento, il ferro e l’acqua turchese. Queste immagini sono dense di movimento, di suono, del rumore dei tuffi che si infrangono e delle urla di gioia che si rincorrono. È un’età d’oro che sembra non debba finire mai. Dieci anni dopo, lo sguardo fotografico ritorna sullo stesso scenario, ma trova un silenzio assordante. Il pontile è l’ombra di se stesso. È una struttura in disuso, un labirinto di blocchi di cemento e ferrame arrugginito. Le immagini del "Dopo" sono silenziose, contemplative, statiche.
L’essere umano c’è ancora, ma il suo rapporto con il luogo è radicalmente cambiato. Non ci sono più le folle rumorose e le peripezie competitive. Ora, solo pochi tuffatori, silenziosi e malinconici, si avventurano tra le macerie. Si arrampicano con cautela, quasi con fatica, non per sfidare gli amici, ma per rivendicare un frammento di memoria. I loro "giochi" sono solitari, brevi, semplici tuffi che non cercano più l’altezza, ma solo il contatto con un mare che è l’unica costante rimasta immutata.
Questo progetto vuole essere solo un omaggio alla transitorietà della giovinezza e della materia. Attraverso la tecnica fotografica, che cattura la verità del gesto senza artifici, l’obiettivo è far emergere la profonda connessione tra l’individuo e il suo contesto ambientale. Il salto dal pontile, che nel "Prima" è un atto collettivo di celebrazione, nel “Dopo" diventa una preghiera solitaria per un passato che non tornerà, un ultimo eco di vitalità tra le macerie del tempo.
Ragusa Foto Festival 14
Opening: 27–30 agosto 2026
Mostre fino al 27 settembre 2026
Ragusa Foto Festival 14
Opening: 27–30 agosto 2026
Mostre fino al 27 settembre 2026