


Nel 1959, Pier Paolo Pasolini accetta la proposta della rivista Successo di realizzare, con il fotografo Paolo Di Paolo, un lungo reportage sull’Italia. L’idea – nata proprio dalla fervida immaginazione di Di Paolo - è di utilizzare un osservatorio insolito ma privilegiato per conoscere la nuova Italia, ripresa ormai dalla guerra e pronta a entrare negli anni esaltanti del Boom. Basterà seguire le persone nelle loro vacanze e ritrovarle nella lunga strada di sabbia che circonda la penisola: le tante spiagge italiane.
E così, da Ventimiglia a Trieste, scendendo giù per la Versilia, la costa laziale, la costiera amalfitana e poi ancora più giù, fino a Porto Palo in Sicilia, per risalire verso la Calabria, la Puglia e tutta la costa adriatica fino a Lazzaretto – “l’ultima spiaggia d’Italia”, Pasolini si muove, osserva, registra nuove e antiche consuetudini di vita, riflette su di sé, osservatore randagio, e ci regala una semplice, folgorante immagine di cosa l’Italia stia diventando.
La spiaggia, insomma, è il luogo ideale per fare ricerca, lì si partecipa con convinzione al rito dell’estate e della vacanza e si è più disponibili a mostrarsi, a entrare in relazione. Sarà questo stesso scenario a diventare uno dei set privilegiati scelti dallo scrittore e regista per la sua inchiesta, diventata poi film, Comizi d’amore del 1964. Anche qui, ancora una volta, la spiaggia è il perfetto luogo di incontro, l’archetipo italiano per eccellenza da rinnovare con convinzione ed entusiasmo. Molte delle lunghe interviste sull’affettività, il sesso, i rapporti amorosi che Pasolini realizza avvengono proprio in spiaggia, interrogando anonimi passanti in costume da bagno, i piedi affondati nella sabbia e lo sguardo svagato di chi si gode il sole. In quel tempo sospeso dove cadono le difese, si dimenticano le corazze e le uniformi dei vestiti di città, Pasolini ritrova gli italiani, li vede avanzare verso un futuro che appare promettente, affrontando i nuovi cambiamenti con le antiche convinzioni. E, come scrive nel trattamento del film, “La gente risponde. Un turbinio, un caos, una babilonia di opinioni diverse. Le più ridicole, inconcepibili e contraddittorie. E ingenue, infantili, scandalizzate, apparentemente sensate, in realtà prive di un senso logico. La gente risponde”.
Anche nelle splendide immagini di Massimo Vitali dedicate alle spiagge italiane “la gente risponde”, con i diversi comportamenti, le posture, gli sguardi. In questo caso, però, a interrogarli è un osservatore attento, capace di cogliere con gli occhi la drammaturgia spontanea delle relazioni umane. «La spiaggia - racconta Massimo Vitali - è un ottimo punto di osservazione perché in questo spazio, che per me è prima di tutto un non-luogo, la gente è tranquilla, non ha difese ed è in una situazione ideale per essere studiata. Quando siamo in spiaggia siamo più disinvolti, più fermi, ci muoviamo pochissimo, siamo più naturali e rilassati. Dalla spiaggia guardo la società da vicino».
Vitali ha un interesse genuino per i soggetti che fotografa. Adotta una visione dall’alto posizionandosi, con la sua struttura a torre da regista cinematografico, a circa 5 o 6 metri di altezza. In questo modo, acquisisce un punto di osservazione privilegiato che, se gli consente di creare veri e propri “tableaux d’histoire” contemporanei, permette anche di mantenere un rapporto diretto con chi ritrae. Ogni gesto è colto con una precisione straordinaria e ogni particolare di questi grandi affreschi sociali rivela un aspetto da studiare, un volto da comprendere, un gesto da condividere. Nelle visioni di Massimo Vitali, realizzate spesso “in pieno sole”, quando la luce non ha ombre, avvengono centinaia di piccoli accadimenti, di incontri che danno vita a una narrazione varia, stratificata.
Non c’è freddezza, non c’è distanza nelle sue opere. L’intervento, come dice l’autore, è simile a quello di un etologo: lui osserva, dà spazio e mette in scena il movimento di altri esseri della sua stessa specie, con partecipazione e curiosità. Quella stessa partecipazione e curiosità che riconosciamo come tratto distintivo della grande fotografia: «Essendo un etologo studio la socialità umana. Mi interessano l’osservazione e il voyeurismo. Sono affascinato dal funzionamento della vita, dalle dinamiche sociali, dagli spazi, dalle interazioni: tutte cose minime che non interessano a nessuno. La fotografia, in questo senso, diventa secondaria, perché io creo trame, le penso: è questo il mio lavoro. La fotografia è per me un modo per poter stare a guardare la gente».



Nel 1959, Pier Paolo Pasolini accetta la proposta della rivista Successo di realizzare, con il fotografo Paolo Di Paolo, un lungo reportage sull’Italia. L’idea – nata proprio dalla fervida immaginazione di Di Paolo - è di utilizzare un osservatorio insolito ma privilegiato per conoscere la nuova Italia, ripresa ormai dalla guerra e pronta a entrare negli anni esaltanti del Boom. Basterà seguire le persone nelle loro vacanze e ritrovarle nella lunga strada di sabbia che circonda la penisola: le tante spiagge italiane.
E così, da Ventimiglia a Trieste, scendendo giù per la Versilia, la costa laziale, la costiera amalfitana e poi ancora più giù, fino a Porto Palo in Sicilia, per risalire verso la Calabria, la Puglia e tutta la costa adriatica fino a Lazzaretto – “l’ultima spiaggia d’Italia”, Pasolini si muove, osserva, registra nuove e antiche consuetudini di vita, riflette su di sé, osservatore randagio, e ci regala una semplice, folgorante immagine di cosa l’Italia stia diventando.
La spiaggia, insomma, è il luogo ideale per fare ricerca, lì si partecipa con convinzione al rito dell’estate e della vacanza e si è più disponibili a mostrarsi, a entrare in relazione. Sarà questo stesso scenario a diventare uno dei set privilegiati scelti dallo scrittore e regista per la sua inchiesta, diventata poi film, Comizi d’amore del 1964. Anche qui, ancora una volta, la spiaggia è il perfetto luogo di incontro, l’archetipo italiano per eccellenza da rinnovare con convinzione ed entusiasmo. Molte delle lunghe interviste sull’affettività, il sesso, i rapporti amorosi che Pasolini realizza avvengono proprio in spiaggia, interrogando anonimi passanti in costume da bagno, i piedi affondati nella sabbia e lo sguardo svagato di chi si gode il sole. In quel tempo sospeso dove cadono le difese, si dimenticano le corazze e le uniformi dei vestiti di città, Pasolini ritrova gli italiani, li vede avanzare verso un futuro che appare promettente, affrontando i nuovi cambiamenti con le antiche convinzioni. E, come scrive nel trattamento del film, “La gente risponde. Un turbinio, un caos, una babilonia di opinioni diverse. Le più ridicole, inconcepibili e contraddittorie. E ingenue, infantili, scandalizzate, apparentemente sensate, in realtà prive di un senso logico. La gente risponde”.
Anche nelle splendide immagini di Massimo Vitali dedicate alle spiagge italiane “la gente risponde”, con i diversi comportamenti, le posture, gli sguardi. In questo caso, però, a interrogarli è un osservatore attento, capace di cogliere con gli occhi la drammaturgia spontanea delle relazioni umane. «La spiaggia - racconta Massimo Vitali - è un ottimo punto di osservazione perché in questo spazio, che per me è prima di tutto un non-luogo, la gente è tranquilla, non ha difese ed è in una situazione ideale per essere studiata. Quando siamo in spiaggia siamo più disinvolti, più fermi, ci muoviamo pochissimo, siamo più naturali e rilassati. Dalla spiaggia guardo la società da vicino».
Vitali ha un interesse genuino per i soggetti che fotografa. Adotta una visione dall’alto posizionandosi, con la sua struttura a torre da regista cinematografico, a circa 5 o 6 metri di altezza. In questo modo, acquisisce un punto di osservazione privilegiato che, se gli consente di creare veri e propri “tableaux d’histoire” contemporanei, permette anche di mantenere un rapporto diretto con chi ritrae. Ogni gesto è colto con una precisione straordinaria e ogni particolare di questi grandi affreschi sociali rivela un aspetto da studiare, un volto da comprendere, un gesto da condividere. Nelle visioni di Massimo Vitali, realizzate spesso “in pieno sole”, quando la luce non ha ombre, avvengono centinaia di piccoli accadimenti, di incontri che danno vita a una narrazione varia, stratificata.
Non c’è freddezza, non c’è distanza nelle sue opere. L’intervento, come dice l’autore, è simile a quello di un etologo: lui osserva, dà spazio e mette in scena il movimento di altri esseri della sua stessa specie, con partecipazione e curiosità. Quella stessa partecipazione e curiosità che riconosciamo come tratto distintivo della grande fotografia: «Essendo un etologo studio la socialità umana. Mi interessano l’osservazione e il voyeurismo. Sono affascinato dal funzionamento della vita, dalle dinamiche sociali, dagli spazi, dalle interazioni: tutte cose minime che non interessano a nessuno. La fotografia, in questo senso, diventa secondaria, perché io creo trame, le penso: è questo il mio lavoro. La fotografia è per me un modo per poter stare a guardare la gente».
Ragusa Foto Festival 14
Opening: 27–30 agosto 2026
Mostre fino al 27 settembre 2026
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Opening: 27–30 agosto 2026
Mostre fino al 27 settembre 2026